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Homo Sapiens

La storia del genere Homo è lunga, complessa e di grande rilevanza per la comprensione dell’attuale variabilità umana. Dall’inizio di questa storia evolutiva, più di due milioni di anni fa, almeno tre specie di Homo sono comparse prima degli ultimi 500 mila anni, e almeno tre o quattro possibili specie (o forse sottospecie) potrebbero essersi evolute nelle ultime centinaia di migliaia di anni. Solo una, Homo sapiens, sopravvive al giorno d’oggi. Tra le prime caratteristiche adattative derivate del genere Homo rispetto ad Australopithecus vi sono un cervello relativamente grande rispetto alle dimensioni del corpo e una serie di adattamenti specializzati per la locomozione bipede. H. sapiens non possiede un cervello più grande delle altre specie recenti del genere Homo, ma differisce da queste principalmente per la fisionomia craniofacciale.

Sembra che H. sapiens si sia evoluto approssimativamente 100 ÷ 200 mila anni fa in Africa o forse in Medio Oriente, e che abbia ampiamente sostituito in tutto il Vecchio Mondo i taxa preesistenti, le cui storie evolutive risalirebbero alla migrazione di Homo erectus fuori dall’Africa, durante l’Era Glaciale.

Homo di Neanderthal

Nel corso della seconda metà del XX secolo si è assai dibattuto in ambito accademico se l’uomo di Neandertal sia da considerare una sottospecie estinta di Homo sapiens (denominata Homo sapiens neanderthalensis), con la conseguente possibilità di incrocio e ibridazione tra i due, oppure se sia una specie autonoma (Homo neanderthalensis). Indagini genetiche eseguite nel 2008 su DNA fossile recuperato su alcuni resti di uomo di Neandertal, sembravano indicare che i due tipi umani parzialmente contemporanei appartenessero a due diverse specie, tuttavia più recenti scoperte riguardanti il genoma umano sembrerebbero in grado di dimostrare che neanderthalensis e sapiens apparterrebbero alla stessa specie e che le differenze anatomiche e somatiche sarebbero dovute a cause climatiche, ambientali, morfologiche e di alimentazione.

Homo Erectus

La sua scoperta risale al 1891, quando, nel giacimento di Trinil dell’isola di Giava, Eugène Dubois rinvenne una calotta cranica, insieme ad un molare e un femore. Dalle conoscenze fino ad allora accumulate egli desunse che si trattasse di un uomo scimmia, per cui gli diede il nome di Pithecanthropus erectus. Oggi noi sappiamo tuttavia che Homo erectus, come è stato poi ribattezzato, era un ominide più evoluto rispetto al genere Australopithecus. Fu il primo ominide scoperto ad avere deambulazione bipede, da cui il nome.

Homo erectus aveva una capacità cranica maggiore rispetto a Homo habilis , come anche superiore a quella di H. ergaster, da 813 cm³ a 1 059 cm³. Nonostante una notevole somiglianza con gli esseri umani moderni, aveva un cervello di dimensioni corrispondenti a circa il 75% di quello di Homo sapiens. I membri della specie H.erectus erano piuttosto alti.

Il dimorfismo sessuale era leggermente più marcato che in H. sapiens, poiché i maschi erano di maggiori dimensioni rispetto alle femmine. La scoperta dello scheletro KNM-WT 15000 vicino al lago Turkana in Kenya da Richard Leakey nel 1984 fu decisiva per la conoscenza della specie.

Homo Habilis

Dallo studio dei fossili è stato subito evidente come Homo habilis presenti un insieme di caratteri plesiomorfi e derivati. Va notato che i caratteri derivati, ovvero nuovi rispetto agli australopitechi, si concentrano principalmente nella morfologia cranica. Infatti in questa specie il volume encefalico medio è di 612 cm³ che, sebbene inferiore alla media degli esseri umani moderni, è decisamente superiore a quella delle australopitecine, che, ad esclusione di P. boisei, non superavano la soglia dei 500 cm³, considerata da alcuni paleoantropologi uno dei caratteri discriminanti per l’attribuzione di una specie al genere Homo. Inoltre la volta cranica risulta essere più arrotondata che nel genere Australopithecus, anche se la massima espansione è ancora molto bassa, e permane una moderata costrizione retrorbitale. La cresta sagittale, punto di attacco dei muscoli temporali, è assente.

Australopiteco

I primi membri del genere Australopithecus si evolsero in Africa centro-orientale circa 4 milioni di anni fa. Si trattava di esseri con numerosi tratti comuni alle scimmie antropomorfe e all’uomo, con andatura fondamentalmente bipede (come intuibile dalle numerose impronte fossili scoperte nel continente africano, fra le quali particolarmente famose e ben conservate sono quelle di Laetoli, in Tanzania), ma pronti ad arrampicarsi sui radi alberi della savana per sfuggire ai predatori o per trovare un rifugio sicuro dove passare la notte.

Nonostante la taglia contenuta e la mancanza di particolari adattamenti che ne assicurassero la competitività, gli australopitecidi riuscirono ad affermarsi grazie alla dieta onnivora, che consentiva loro di trovare nutrimento in qualsiasi frangente, sfruttando indifferentemente risorse di origine animale (ad esempio carcasse di grossi erbivori uccisi dai predatori, oppure piccole prede catturate occasionalmente come roditori e uccelli ma anche bruchi e uova) così come le risorse offerte dalla terra (radici, frutti ed altri cibi di origine vegetale). Questo opportunismo permise agli australopitecidi di diffondersi in gran parte del continente africano.

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